sabato 21 luglio 2012

E' fatta, siamo nel MES.


Il Parlamento italiano, a larghissima maggioranza, e nel più totale silenzio mediatico, ha infine ratificato il trattato che istituisce il M.E.S. (Meccanismo Europeo di Stabilità). 

Il voto definitivo alla Camera dei Deputati è avvenuto il 19 luglio 2012, giorno del ventesimo anniversario della strage di via D'Amelio (NdR).

Questi sono i punti fondamentali:

1. Il M.E.S. è una istituzione finanziaria internazionale a cui aderiscono i 17 Paesi dell’Euro-Zona. Ogni Paese è un “membro” del M.E.S. e deve acquistare quote di capitale.

2. Il M.E.S. è un fondo finanziario utilizzato per garantire la stabililtà finanziaria della Zona Euro nel suo complesso. Può prestare capitali agli Stati intervenendo sul mercato primario e secondario dei titoli sovrani, può prestare capitali direttamente alle Banche, può - a sua volta - finanziarsi sul mercato internazionale dei capitali emettendo titoli di debito e quindi aumentando la leva-finanziaria con la quale effettua i propri investimenti.

3. I prestiti del M.E.S. agli Stati sovrani saranno concessi solo in cambio di rigorose condizionalità relative alla politica economica e fiscale del Paese debitore cioè in cambio di una vera e propria cessione di sovranità (il modello Grecia generalizzato)

4. Il Capitale totale del M.E.S. è attualmente fissato a 700 miliardi di euro di cui 80 miliardi interamente versato e 620 miliardi “richiamabile”. L’Italia contribuisce per 14,7 miliardi di capitale versato (5,4 miliardi da elargire entro il 2012) e per un totale di 125 miliardi complessivi incluso il capitale richiamabile. Ad una chiamata di capitale, ogni membro del M.E.S. deve rispondere entro 7 giorni pena la perdita del diritto di voto negli organi di governo dell’istituto.

5. Gli articoli 32, 33, 34, 35, 36 del M.E.S. attribuiscono ai membri e agli organi della istituzione una totale immunità giurisdizionale, una totale immunità fiscale, una totale inviolabilità dei beni, dei locali, dei documenti, delle comunicazioni. In pratica fanno del M.E.S. una istituzione al di sopra della legge, al di fuori di qualsiasi controllo democratico, totalmente priva di trasparenza.

6. Le relazioni e le sinergie tra il M.E.S. e il F.M.I. (Fondo Monetario Internazionale) sono strettissime. Possiamo tranquillamente affermare che il M.E.S. è una sorta di longa-manus del F.M.I. in Europa.

Il testo integrale del trattato:
http://www.european-council.europa.eu/media/582889/08-tesm2.it12.pdf

Alcune domande (senza risposta): 

(tratte da http://www.crisiesoluzioni.it/ )

In cosa si tradurranno le «condizioni rigorose» contenute nel trattato?
Come influenzeranno la vita dei cittadini?

Perché i membri del MES dovrebbero godere di immunità, di inviolabilità dei documenti e di altri privilegi?

Siamo sicuri che ulteriori piani di finanziamento giovino ai Paesi Europei visto che non
abbiamo ancora individuato le cause della crisi?

Chi sono e qual è il ruolo degli «osservatori» nell'ambito della concessione dei prestiti? Ciò non si traduce nel rischio che a dettare le disposizioni di politica interna, comprese quelle cosiddette lacrime e sangue, siano soggetti privati completamente fuori da qualsiasi logica democratica?

Poiché il MES farà ricorso al mercato finanziario «esterno» per potere soddisfare le richieste di prestito, in che modo gli stati saranno protetti dal rischio di ingerenza dei capitali «sporchi» nelle operazioni di finanziamento?

Qual è il limite del tasso di interesse che lo Stato in difficoltà dovrebbe pagare all'organizzazione qualora richieda un prestito?

Per quale ragione il MES deve godere di esenzioni e condoni fiscali, considerato inoltre che gli imprenditori italiani e i lavoratori pagano tasse altissime?

In cosa consiste la «procedura di sorveglianza multilaterale»?

Cosa vuol dire che il versamento delle quote deve avvenire «incondizionatamente ed irrevocabilmente»? Cosa succede se non le versiamo? E quali sono le condizioni di uscita dal MES?

Perchè dobbiamo salvare le banche mediante il fondo MES che indebita gli Stati?

domenica 8 luglio 2012

Abbiamo ancora bisogno della Democrazia ?


Voglio fare un ragionamento molto semplice e portarlo fino in fondo.

Parto da una affermazione che, credo, non possa essere smentita:

Il governo Monti, in pochi mesi, sta facendo tutto quello che un qualsiasi altro governo democraticamente eletto, di destra o di sinistra, non avrebbe mai fatto.
 
Siete tutti d'accordo ?
Se si, allora andiamo avanti.

Il governo Monti non è stato eletto democraticamente perché è un governo di tecnici nominati dall'alto ed estranei ad ogni schieramento politico. 

Monti è un neo senatore a vita nominato direttamente dal Capo dello Stato. Non è un rappresentante del Popolo eletto democraticamente in un collegio elettorale. Tutti gli altri membri del governo sono stati nominati, a loro volta, dal Presidente del Consiglio e sono anch'essi estranei a qualsiasi rappresentanza politica rappresentativa.

Di fronte ad una situazione di grave pericolo per il Paese (l'improvvisa deriva dello spread e quindi il crescente rischio di insostenibilità del nostro debito sovrano) la più alta carica dello Stato ha deciso di sospendere la democrazia e affidare il governo del Paese ad un team di tecnici esterni ed estranei, nominati per chiamata diretta. E questo governo è apparso (a quasi tutti) preferibile ad un governo politico, fatto da cittadini eletti da altri cittadini a seguito di un rapidissimo ricorso alle urne.
 
I severi provvedimenti legislativi di questi mesi (taglio delle pensioni e innalzamento dell’età pensionabile, ripristino della tassa sulla prima casa, spending review e tagli alla spesa pubblica per 26 miliardi in 3 anni, pareggio di bilancio in Costituzione, abolizione dell'articolo 18, ratifica del Fiscal Compact e del MES) li poteva e li può proporre e far approvare solo un governo forte e "terzo" come quello di Monti procedendo a colpi di fiducia nei confronti di un Parlamento posto sotto la spada di Damocle dell'imminente Armageddon finanziario.

Se tutto ciò è vero cioè se è vero che la Democrazia è stata sospesa e, proprio grazie a questa sospensione, il governo dei professori-non-eletti ha potuto salvare il Paese assumendo provvedimenti impopolari e anti-popolari ma assolutamente necessari e irrimandabili, allora solo una delle due affermazioni seguenti può essere vera:

1) La Democrazia non serve anzi è dannosa perché non consente di gestire le emergenze e impedisce di governare il Paese per il bene del Paese

oppure

2) I provvedimenti presi dal Governo dei tecnici non sono gli unici che potevano essere presi per salvare il Paese e un governo democraticamente eletto dal Popolo forse avrebbe fatto altre scelte (colpendo, magari, gli interessi dei più ricchi e delle Banche e salvaguardando la tenuta sociale del ceto medio e delle classi popolari).

Se è vera la prima affermazione, allora io mi chiedo se non è arrivato il momento della verità e della onestà intellettuale per ammettere, una volta per tutte, che il Popolo non sa auto-determinarsi e solo una èlite colta e illuminata può fare gli interessi generali di tutti. E se la Democrazia non ci serve, anzi è un intralcio soprattutto nei momenti di crisi in cui le decisioni vanno prese molto rapidamente, andiamo fino in fondo e cambiamo definitivamente la nostra forma di governo trasformando l’Italia da una Repubblica Democratica ad una Oligarchia Illuminata e meritocratica affidando il governo NON agli eletti ma sempre e solo agli specialisti che presumiamo essere sempre disinteressati e al di sopra delle parti.

Se però è vera la seconda affermazione e la Democrazia, se non fosse stata sospesa, avrebbe forse indicato un'altra via di uscita dalla crisi tutelando le fasce più deboli della popolazione e magari colpendo duramente gli interessi delle lobby finanziarie parassitarie, allora mi chiedo:

- perché ce ne stiamo zitti ? 
- perché non ci mobilitiamo per ripristinare la Democrazia ?

Il nostro assordante silenzio e il nostro pavido disinteresse sono la più eloquente delle risposte e forse ci meritiamo di tornare ad essere, definitivamente, dei sudditi.

Sandro

mercoledì 27 giugno 2012

Basta incendi, basta pompieri


Qual'è il modo migliore per imporre a tutti una soluzione ?

Semplice: fare in modo che tutti abbiano il problema che la soluzione è in grado di risolvere.

Per questo motivo il pompiere più felice è proprio il draghetto incendiario !

Come rendere necessario ed insostituibile un Sistema Bancario speculativo e parassitario ?

Semplice: rendere sistematicamente necessario il ricorso al debito per poter muovere l'economia.

Perchè una economia basata esclusivamente sul debito (e sul gioco degli interessi) rende necessario il creditore.

E per salvare l'Euro-Zona dalle fiammate degli Spreads ? 

Semplice: serve un... firewall ! una barriera taglia-fuoco, un... meccanismo idraulico che si opponga automaticamente all'avanzare delle fiamme con un getto d'acqua uguale e contrario.

E' la proposta del MES come meccanismo automatico per contrastare la speculazione sui titoli sovrani.

Se gli speculatori incendiano gli spreads ecco che scatta il pompiere MES, come un novello Grisù, e inizia a irrorare le fiamme assorbendo liquidità dagli stessi Stati che subiscono l'incendio.

E gli Stati - ironia della sorte - per fornire acqua al pompiere, devono chiederla in prestito proprio a quel "mercato" che ha appiccato l'incendio !

Non si pensa neanche per un momento a rimuovere le cause che scatenano gli incendi, no, sarebbe troppo facile ! Non si tocca la "libertà" degli speculatori di speculare ! No, sarebbe una indebita ingerenza nella libertà sovrana del mercato.

Si continuano a costruire case di legno e paglia e ci si attrezza con un complicato (e truffaldino) impianto anti-incendio che scatta da solo ogni volta che si vede una fiammata.

Ci teniamo la nostra bella economia basata esclusivamente sul debito e poi azioniamo le "carrucole" della finanza creativa per poter sempre riuscire a ripagare i debiti facendo nuovi debiti alimentando la spirale che fa tanto comodo a chi ha il lusso di potersi mettere nel mezzo (tra debitore e creditore) e speculare sulle differenze dei tassi.

Perchè la BCE presta denaro alle Banche (tossiche) al 1% e queste, a loro volta, prestano denaro agli Stati al 6% o al 7% ?

Nell'ultima operazione di finanziamento a lungo termine (LTRO) la BCE ha irrorato le Banche Europee di 1 trilione di euro (mille miliardi di euro !) al 1% e manterrà questo tasso almeno per tutto il 2012 lasciando che gli Stati (sovrani?) continuino a chiedere l'elemosina sui "mercati" che, nel frattempo, praticano interessi da usura.

Vogliamo invertire l'ordine dei fattori, per cortesia, e vedere cosa succede ?

Se la BCE prestasse direttamente agli Stati (all 1% o al 2% o anche al 3%) e gli Stati - POI - andassero in soccorso delle Banche too big too fail intossicate di derivati e swaps pretendendo però (a quel punto) il controllo totale della loro governance (come ha fatto la Troika con la Grecia) forse staremmo tutti meglio e non avremmo bisogno di inventarci complicati meccanismi "anti-spread" imposti come SOLUZIONE per un PROBLEMA creato ad arte !

E' arrivato il momento di dire che gli incendi li vogliamo risolvere costruendo case di cemento armato e non moltiplicando gli estintori facendo arricchire chi li produce !

E' arrivato il momento della verità.

E' arrivato il momento di dire basta e di dire che noi NON CI STIAMO PIU' e che il giochetto, ormai, lo abbiamo capito.


Fatti sentire:

sabato 23 giugno 2012

L' ABC della politica al tempo della "crisi"


Ho la sgradevole certezza che in questo paese commissariato dalla BCE a tempo indeterminato si voglia imporre il pareggio di bilancio facendo in modo che i ricchi restino ricchi e i poveri diventino un pochino più poveri.

Poveri quel tanto che basta per andare a mangiare una pizza una volta al mese, fare una settimana di vacanza all’anno se tutto va bene, aspettare i saldi di fine stagione e considerarsi “fortunati” se si è in cassa integrazione, oppure se si ha un lavoro precario perché c’è chi sta molto peggio.

Tutto questo sta avvenendo in nome dell’ interesse generale del paese, con l’assenso dei partiti della strana maggioranza “ABC” di Alfano, Bersani e Casini, che sembrano fare a gara  tra loro per candidarsi nel dopo Monti ad amministrare l’Italia e le sue disuguaglianze.   

Sulla legge elettorale in Parlamento si fa melina, perché a PD e PDL converrebbe andare al voto nel 2013 con l’attuale legge “porcellum”, ammesso che l’aggravarsi della situazione economica non costituisca una sorta di alibi per rimandare le elezioni di un anno. 

Nessuna patrimoniale, ma un nuovo aumento dell’IVA in autunno e un eventuale aumento dei ticket sanitari e delle tariffe dei trasporti pubblici. 
Di legge sul conflitto d’interesse se ne riparlerà solo se si ripresenterà il problema. 

Di misure per regolamentare e rendere trasparenti le transazioni finanziarie tassandole secondo gli standard internazionali silenzio assoluto e nessun accenno alla regolamentazione della finanza speculativa basata sui derivati e gli “swap”. 

L’attacco del Governo al mondo del lavoro, sembra avere l’obiettivo di allineare, al ribasso, le condizioni salariali e normative dei lavoratori a tempo indeterminato e dei cosiddetti atipici.  Bersani l’ha definita : “una normale operazione di manutenzione”, indispensabile per la modernizzazione del paese e la sua ripresa. 

Nel dopo Berlusconi il centro/destra e il centro/sinistra restano divisi sulle questioni che riguardano la spartizione dei poteri e le varie nomine, (vedi RAI e AGICOM), ma poi si ritrovano uniti su una linea che li separa ancora di più dai cittadini ovvero la difesa di interessi di partito e la rinuncia a svolgere i loro distinti ruoli istituzionali di maggioranza di governo e di opposizione. 

A Monti è stato delegato il compito di fare scelte anti popolari. I partiti  sembrano limitarsi infatti, a proporre piccoli emendamenti ogni tanto, con la forte attenzione a non ledere gli interessi delle banche e dell’alta finanza, perchè il loro sostegno sarà indispensabile a chiunque governerà il sistema nel dopo Monti. 

E’ necessaria invece, una forte riflessione sulla natura sistemica della crisi e sull’urgente necessità di introdurre nel paese misure economiche e amministrative alternative alle logiche liberiste in atto. 

Sono necessari atti concreti del Governo per una politica di riconversione dei settori in crisi volta a prefigurare un nuovo modello di sviluppo economico rispettoso dell’ambiente e in grado di determinare un positivo cambiamento nello stile di vita degli italiani. 

Lo spauracchio delle elezioni anticipate cosi come l’allarmismo diffuso a piene mani dai media per la possibile caduta dell’Euro appaiono strumentali e funzionali agli interessi elettorali dell’area moderata che sostiene il Governo Monti, PD compreso. 

Alla scadenza naturale delle elezioni mancano ormai pochi mesi.Votare in autunno o in primavera non fa nessuna differenza. 

Nel frattempo però verranno emanate altre misure anti popolari, che potranno consentire ulteriore cessione di sovranità nazionale ai poteri forti che, proprio grazie alla "crisi", diventeranno fortissimi.

Bruno

sabato 16 giugno 2012

La terra trema


Ogni mattina quando ti svegli c’è il tuo quotidiano, pronto ad aspettarti.
 
Può piacerti o meno, ma è sempre lì, con la sua serie di azioni da compiere, più o meno frenetiche, ma sicuramente pieno di punti di riferimento stabili e rassicuranti: insomma il tuo tran tran.
 
Un tran tran fatto di progetti e di programmi, di agende piene di appuntamenti che definiscono quello che farai nei prossimi giorni, nelle prossime settimane o mesi. 

Spesso impegni eccessivamente numerosi che ti fanno sentire “senza tempo” che tu abbia 4 o 40 anni!
Tutte azioni apparentemente non prorogabili (andare a scuola, al lavoro, a danza, al corso di inglese, ai compleanni, a ginnastica, a fare i compiti, al corso di formazione, ai saldi ecc.), perchè tutte ugualmente importanti e prioritarie.

Insomma senti di doverle compiere perchè appartieni ad una società, organizzata rapida ed efficiente, dove le “performance” e le azioni “giuste” sono riconosciute come strutturanti l’identità del singolo per la sua appartenenza al “sistema”.
 
Poi all’improvviso la terra trema.

Trema tutto ed il movimento è forte. Le case, le chiese, i capannoni, i monumenti cadono. Alcune persone perdono la vita. Moltissime persone perdono i propri punti di riferimento, quelli che rappresentano gli elementi della propria quotidianità. Anche chi non ha avuto perdite umane entra improvvisamente in un’altra dimensione, lo spazio ed il tempo si sono contratti.
 
Le persone vicine ma che hanno mantenuto i propri punti di riferimento, anche se hanno provato molta paura, fanno fatica a capire cosa significhi veramente vivere in un’altra dimensione, essere come in un film. 

Per tutti gli altri infatti, c’è istintivamente la tensione ad andare avanti, a continuare a correre e programmare con la stessa nozione del tempo e dello spazio.

Senza volerlo c’è il rischio di creare dei corto-circuiti comunicativi: “senti ma il tuo gruppo di lavoro cosa farà a settembre? Pensate di esserci nel percorso formativo? Preferite che rimandiamo tutto a marzo?”.
 
Domande che incalzano, che dicono che tu governi il tempo, controlli, padroneggi il futuro e soprattutto che è importante andare avanti, correre verso altre mète, lasciare alle spalle gli eventi e non sostarci.
 
A queste domande ti senti rispondere: “non hai capito, non avete capito, non riuscite a capire… per noi non è più come prima. Noi non sappiamo cosa faremo tra due ore o domani”. 

La prospettiva infatti è diventata diversa. Diversi sono anche i contenuti. “Voi se volete andate avanti, noi non lo sappiamo e forse quel programma non ci interessa più, forse per noi sarà più importante sostare, capire cos'è successo...".

Insomma per alcuni le priorità sono cambiate. Sei sceso dal treno della vita in corsa e “vedi” che il tuo tran tran si è rotto.

Magari sei sfollato, forse a casa di parenti o in una tendopoli. La scuola di tuo figlio sarà rasa al suolo, completamente inagibile e non ristrutturabile. Il negozio nel quale lavoravi anche. Oppure devi andare al lavoro perché lavori lontano da casa, ma quella corsa frenetica che facevi ogni mattino nella tua quotidianità ha un nuovo scenario. Dove porto i bimbi visto che la scuola non c’è più e i nonni sono sfollati? 

Non ha più senso programmare a lunga scadenza. Ogni giorno ti riserva una serie di cose da affrontare, ma non sai quasi mai in anticipo quali saranno, lo scopri ora per ora…
 
E tutti ti pressano, perché continuano a correre. Non ti vedono veramente, perché sono rimasti nel loro scenario quotidiano, dove stanno inserendo semplicemente anche se autenticamente, qualche elemento di aiuto.
 
Per cui ti puoi ritrovare fra le mani i soldi della colletta fatta dai colleghi per aiutare te e il tuo paese colpito dal sisma. Chi ti dà i soldi è a posto. Punti di riferimento solidi. Chi li riceve prende quei soldi e si ritrova con un nuovo evento da gestire (problema o aiuto?), ma in un’altra dimensione spazio-temporale.
 
Quando ti tolgono la terra da sotto i piedi ti destabilizzano. Perdi l’equilibrio precedente e vedi le cose da altri punti di vista. 

Chi ti è attorno non ti vede più veramente. Eppure pensa di sapere ciò di cui hai bisogno. Ti dà risposte spesso preconfezionate, per riportarti alla normalità e alla velocità della quotidianità che non è stata colpita dall’emergenza.
 
Eppure quelle parole: non capisci…. Per noi non è più così …. Le priorità sono altre…. non possono lasciarci indifferenti.

Non possiamo non interrogarci sul chi decide quali sono le priorità della nostra vita quotidiana, quando non è minata dalla tragicità dell’emergenza?
 
E non è proprio in questi momenti, che paradossalmente, la cartina di tornasole rivela che le priorità delle nostre corse quotidiane forse non sono quelle giuste ?

Silvia

lunedì 11 giugno 2012

Vedo !!!


Se vi è mai capitato di giocare a poker sapete perfettamente che cos'è il bluff e cosa significa "bluffare".

Succede quando un giocatore ha in mano delle carte cattive ma decide lo stesso di comportarsi come se le sue carte fossero assai diverse e assai vincenti.

Quando un giocatore bluffa, esiste una discrepanza, un "gap", uno "spread", tra il valore vero delle carte che ha in mano (il "sottostante") e il valore che invece egli rappresenta mediante la sua spericolata condotta di gioco (il valore "facciale").

Il giocatore che adotta la strategia del bluff che cosa fa ? 

Alza continuamente la posta senza battere ciglio, crea una bolla rialzista.

E lo fa per trascinarsi dietro gli altri giocatori e aumentare il valore del piatto.

Gli altri per un po' lo seguono, poi iniziano ad avere dei dubbi, poi - convinti dalla sicurezza e dalla determinazione del bluffatore - abbandonano il gioco per paura di perdere tutto.

E allora il bluffatore vince sapendo di dover perdere. 
Vince anche se non ha le carte in regola. 

E, attenzione, non sta affatto barando ! 

Le regole del gioco - per come sono congegnate - glielo consentono.

...

La stessa identica cosa succede con le quotazioni di borsa (vogliamo parlare del recente bluff di Facebook ?) oppure con il "mercato" dei derivati.

Pare che il valore complessivo di tutti i titoli derivati in circolazione nel mondo superi di almeno 7 volte il PIL del pianeta (!):


non sarà un pochino troppo ? 

Da dove vengono i sei settimi del valore dichiarato dai titoli derivati che non sono coperti dal PIL ?

E vogliamo parlare della recente rivelazione shock di J.P.Morgan ?

O dei contratti derivati stipulati dallo Stato Italiano ?

Cosa succederà se, un bel giorno, un giocatore qualsiasi, un giocatore che non ha più nulla da perdere, deciderà di seguire il gioco fino in fondo e, ad un certo punto, griderà...:  

"Vedo !!!"

Sandro

giovedì 7 giugno 2012

Il Programma di Syriza !


1. Realizzare un audit del debito pubblico. Rinegoziare gli interessi e sospendere i pagamenti fino a quando l’economia si sarà ripresa e tornino la crescita e l’occupazione.

2. Esigere dalla Ue un cambiamento nel ruolo della Bce perché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico.

3. Alzare l’imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi al di sopra di mezzo milione di euro l’anno.

4. Cambiare la legge elettorale perché la rappresentanza parlamentare sia veramente proporzionale.

5. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.

6. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e anche una tassa speciale per i beni di lusso.

7. Proibire i derivati finanziari speculativi quali Swap e Cds.

8. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.

9. Combattere il segreto bancario e la fuga di capitali all’estero.

10. Tagliare drasticamente la spesa militare.

11. Alzare il salario minimo al livello che aveva prima dei tagli (751 euro lordi al mese).

12. Utilizzare edifici del governo, delle banche e della chiesa per ospitare i senzatetto.

13. Aprire mense nelle scuole pubbliche per offrire gratuitamente la colazione e il pranzo ai bambini.

14. Fornire gratuitamente la sanità pubblica a disoccupati, senza tetto o a chi è senza reddito adeguato.

15. Sovvenzioni fino al 30% del loro reddito per le famiglie che non possono sostenere i mutui.

16. Aumentare i sussidi per i disoccupati. Aumentare la protezione sociale per le famiglie monoparentali, anziani, disabili e famiglie senza reddito.

17. Sgravi fiscali per i beni di prima necessità.

18. Nazionalizzazione delle banche.

19. Nazionalizzare le imprese ex-pubbliche in settori strategici per la crescita del paese (ferrovie, aeroporti, poste, acqua …).

20. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.

21. Parità salariale tra uomini e donne.

22. Limitare il susseguirsi di contratti precari e spingere per contratti a tempo indeterminato.

23. Estendere la protezione del lavoro e dei salari per i lavoratori a tempo parziale.

24. Recuperare i contratti collettivi.

25. Aumentare le ispezioni del lavoro e i requisiti per le imprese che accedano a gare pubbliche.

26. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.

27. Sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei.

28. Abolizione di tutti i privilegi dei deputati. Rimuovere la speciale protezione giuridica dei ministri e permettere ai tribunali di perseguire i membri del governo.

29. Smilitarizzare la guardia costiera e sciogliere le forze speciali anti-sommossa. Proibire la presenza di poliziotti con il volto coperti o con armi da fuoco nelle manifestazioni. Cambiare i corsi per poliziotti in modo da mettere in primo piano i temi sociali come l’immigrazione, le droghe o l’inclusione sociale.

30. Garantire i diritti umani nei centri di detenzione per migranti.

31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.

32. Depenalizzare il consumo di droghe, combattendo solo il traffico. Aumentare i fondi per i centri di disintossicazione.

33. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.

34. Aumentare i fondi della sanità pubblica fino ai livelli del resto della Ue (la media europea è del 6% del Pil e la Grecia spende solo il 3).

35. Eliminare i ticket a carico dei cittadini nel servizio sanitario.

36. Nazionalizzare gli ospedali privati. Eliminare ogni partecipazione privata nel sistema pubblico sanitario.

37. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.

38. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.

39. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.

40. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato.

Sandro

domenica 3 giugno 2012

Il territorio in crisi

E' stupefacente constatare quanto sia variabile nel tempo l'attenzione dell'opinione pubblica sul tema delle catastrofi naturali e, più in generale, della sicurezza del territorio. 

In particolare varia molto nel tempo la discussione sulla responsabilità dell'uomo nell'aver fatto crescere a dismisura le condizioni di rischio, a causa dell'uso scorretto e talvolta selvaggio del territorio che ha prodotto un repentino aumento della vulnerabilità e delle persone esposte.

Pochi dati per inquadrare la situazione: dall'indagine Ecosistema Rischio 2011 realizzata da Legambiente con il concorso della Protezione Civile Nazionale emerge che in Italia ci sono abitazioni a rischio in più dell'85% del campione di comuni interpellati, con presenza di abitazioni in aree golenali, oppure vicino a frane; fabbricati (talvolta interi quartieri), scuole, strutture pubbliche costruite in zone a rischio. In generale troppo cemento che invade fiumi, ruscelli, fiumare, come pure aree edificate a ridosso di versanti franosi e instabili.

Dopo ogni alluvione, inondazione e terremoto, come ad esempio quello che sta colpendo in questi giorni l'Emilia-Romagna, procurando vittime, feriti, danni ai beni artistici e all'economia, il dibattito su questi temi si riaccende, quei numeri sopra citati vengono ri-estratti dal generale "oblio" della politica nazionale e per qualche settimana non si parla solo di "spread" ma anche di frane, di alluvioni, di terremoti, di zone a rischio. 

E, parallelamente, cresce la polemica e la ricerca del colpevole cioè di qualche singolo che ha commesso un errore, omesso una pratica, svolto male un controllo. 

Per carità, questo è assolutamente legittimo: chi ha sbagliato deve pagare.

Tuttavia questo atteggiamento spesso mette in secondo piano l'analisi e la ricerca delle ragioni più profonde di questo stato di cose che, a mio avviso, derivano anche da ciò che andiamo raccontando qui su Piazzaverdi e cioè l'attuazione cieca di uno Sviluppo Senza Limiti e Senza Freni asservito agli interessi della finanza speculativa che semplicemente, ignora i vincoli che Madre Natura e il Buon Senso impongono.

Ad esempio i vincoli degli alvei fluviali, che non possono essere artificalmente e impunemente "spostati" per costruire improbabili quartieri o fabbriche, oppure i vincoli che sono stati definiti dall'uomo, in tempi di maggiore "saggezza ecologica", per mitigare gli effetti delle alluvioni, come ad esempio le aree golenali che troppo spesso risultano abitate da esseri umani, invece di rimanere deserte per poter contenere l'acqua tracimata dagli alvei, durante le piene. Per non parlare poi delle costruzioni improprie in aree sismiche e in aree soggetto a rischio frana.

In queste circostanze tutti diventano giudici, i "mass media" fanno a gara a chi pubblica o manda in onda le migliori analisi su questa incontrollata crescita della "vulnerabilità" naturale prodotta dall'uomo; vengono mostrati, all'interno di dottissimi, quanto talvolta superficiali dossier, i territori colpevolmente ceduti al cannibalismo di chi deve "mangiare" terra per fare soldi. 

E' talmente forte la critica, che risulta, paradossalmente, anche un tantino "ipocrita" e, mentre la si ascolta, si sa già che fine faranno quelle critiche e quelle giuste indignazioni. Non mi stupisco ormai più nel constatare che basta attendere qualche settimana o mese e poi l'attenzione torna a decrescere sino al punto di risultare praticamente, di nuovo, assente. 

In "tempo di pace", cioè quando il cielo torna azzurro, non fa troppo caldo, non fa troppo freddo, non piove molto, non nevica, la terra è quieta, i fiumi scorrono sereni all'interno dei loro alvei, i "versanti" non scivolano, ecco che il palcosceninco mediatico torna di nuovo silente.

E i temi del rischio idrogeologico o idraulico, o di quello sismico, e la necessità di sistemare il territorio nazionale mettendo adeguate risorse all'interno di precisi Disegni di Legge tornano ad essere argomenti da convegno, da workshop, spesso anche prestigiosi, come ad esempio l'ultimo tenuto all'Accademia dei Lincei qualche mese fa sul tema del Rischio Idrogeologico (per chi fosse interessato, qui si possono scaricare i riassunti delle presentazioni).

Come dire: la comunicazione parla "forte" dell'emergenza solo durante l'emergenza. Poi basta. 

La chiamerò "comunicazione in emergenza", per fissare le idee. 

La "comunicazione della prevenzione", invece, quella che serve per far conoscere i problemi reali, attraverso la ricerca scientifica e lo studio, quella non ha spazio, o ha uno spazio troppo minimo per produrre qualche effetto.

Ma se fosse tutto solo un problema di comunicazione, scorretta, parziale e temporanea, non andrebbe poi neanche tanto male.

Purtroppo però, non esiste solo la "comunicazione in emergenza", ma anche il "governo in emergenza". In altre parole si assiste ad una generale e protratta latitanza di chi ha governato e governa il Paese nel prendere di petto questi problemi, inserendo le proposte di soluzione degli stessi negli obiettivi programmatici annuali e pluriennali. Proposte che devono contenere una chiara, duratura, strutturale pianificazione delle risorse necessarie per mettere in sicurezza il nostro territorio. 

Al contrario, si è assistito, da parte dei nostri governanti, ad una costante applicazione della cultura dell'emergenza e assai meno della prevenzione strutturale, la quale viene santificata molto bene a parole ma molto male attuata nei fatti, quando si tratta di mettere mano al borsellino, nelle varie Finanziarie che si sono succedute negli anni. E ovviamente, questo non lo si è fatto e si continua a non farlo, per colpa della... crisi.

La cultura dell'emergenza si è tradotta in un sistema di gestione del territorio che sempre più spesso ha fatto ricorso a strumenti "straordinari" di finanziamento, per altro delle "briciole" minuscole rispetto alle necessità stimabili, come ordini di grandezza, a qualche finanziaria dello Stato (parecchi miliardi di euro sono necessari per mettere in sicurezza il territorio dal rischio idrogeoloigico, come afferma il ministro Clini). 

Questi strumenti straordinari si chiamano Ordinanze di Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri (vedi ad esempio: Albanesi e Zaccaria: Le ordinanze di protezione civile) e sono stati inseriti nella stessa Legge di Costituzione della Protezione Civile n. 225 del 1992). Lo scopo principale di questi strumenti era ed è quello di poter procedere con la necessaria urgenza quando si deve mettere in sicurezza un territorio e delle popolazioni a seguito di eventi calamitosi.

Nel corso del tempo il concetto di "emergenza" si è allargato, come testimonia il numero delle Ordinanze di Protezione Civile che è cresciuto notevolmente negli anni, passando da una-due nei primi anni (1994-2001) fino a parecchie decine dal 2002, con punte di 99 nel 2005 e 87 nel 2008 anche grazie all'inserimento dei famosi Grandi Eventi che lo Stato ha deciso, nel 2001, dovessero essere sotto la responsabilità della Protezione Civile e quindi gestiti in via emergenziale (la gestione dei Grandi Eventi in via emergenziale è stata abolita solo di recente all'interno del Decreto Liberalizzazioni).

Queste cose le sanno più o meno tutti, sono state scritte e riscritte sui giornali, libri, rappresentate in filmati e reports, dibattiti televisivi ne hanno parlato incessantemente. In particolare si è polemizzato molto sui Grandi Eventi, criticando il fatto che questi dovessero essere gestiti e finanziati attraverso procedure in emergenza pensate per rimettere rapidamente in sicurezza i territori devastati dalle catastrofi naturali.

Tutto giusto, assolutamente.

Però, nella foga legittima di mettere un freno allo "strapotere" della Protezione Civile, voluto da uno Stato incapace di gestire, nell'ordinario, la sicurezza del nostro territorio, si è spesso anche fatto di ogni erba un fascio, colpevolizzando "a priori" le ordinanze, accumunando in un unico giudizio negativo le spese corrette con quelle sicuramente meno giuste. 

Ad esempio, ci si è scordato di ricordare che anche grazie ai soldi delle Ordinanze di Protezione Civile oggi questo Paese ha un sistema di monitoraggio idro-meteo-radar-pluviometrico moderno ed ha colmato un "gap" tecnologico storico che ci differenziava da tutto il resto d'Europa, fino alla fine degli anni '90. 

L'Italia ha oggi una serie di Centri di Competenza che forniscono servizi, informazioni, dati, elaborazioni e contributi tecnico-scientifici in specifici ambiti (es.: meteorologico, idrologico, idrogeologico, sismico) e concorrono al Sistema di Allertamento Nazionale. Ha un sistema di allertamento nazionale funzionante (attraverso il sistema dei Centri Funzionali, stabilito con la Direttiva del PCM 27/2/2004) che prevede il concorso tra tecnici dello Stato e delle Regioni che si rapportano per stabilire, ad esempio, il livello di criticità idrologico-idraulico sul territorio nazionale, regionale e locale. 

Anche attraverso le ordinanze il Paese si è dotato di una moderna rete di radar nazionali necessaria per stimare le idrometeore, rete che, ad esempio in Inghilterra, è operativa dagli anni '70. Ed anche una rete di stazioni al suolo efficiente e moderna, per sapere sempre che tempo sta facendo.

Sottolineo che questi sistemi di monitoraggio, che rappresentano di fatto gli "occhi" con qui si tiene sotto controllo il territorio, sono essenziali ma costano, perchè necessitano di manutenzione continua e di persone che ci stanno dietro.
Senza questi strumenti non è possibile sapere cosa sta accadendo e quindi ben difficilmente si può stabilire cosa potrà accadere nel prossimo futuro e quindi allertare i territori e le persone in tempi rapidi, almeno per quei fenomeni dove è possibile un preannuncio.  E quindi salvaguardare la vita dei cittadini.

Ebbene, piaccia o non piaccia, tutto questo è stato gestito ed oggi continua ad esserlo, attraverso l'applicazione della cultura dell'emergenza. Cioè grazie a finanziamenti straordinari, visto che continua a  perdurare quella latitanza dello Stato di cui si accennava poco fa, che continua ad essere poco "attento", nei fatti, al controllo del territorio, al di là delle esternazioni dei nostri politici, spesso anche molto forti, ma che spesso durano solo il tempo delle campagne elettorali. 

Oggi, per di più, lo Stato sta cercando di porre dei "freni" a questa cultura dell'emergenza, impegno che si rende necessario anche per garantire un maggior controllo della spesa pubblica. E questo è sicuramente, lodevole, se può evitare degli sprechi. Anche se, a mio parere, bisognerebbe guardare altrove, per evitare gli sprechi, ad esempio nel settore degli armamenti.

Dopo tale apprezzamento mi chiedo però anche che ne sarà della sicurezza del nostro territorio se, mentre da un lato si vuole frenare il ricorso alle procedure di spesa emergenziali, dall'altro non si percepisce un deciso cambiamento di rotta, che si concretizzi nel "varo" di politiche pluriennali necessarie per mettere in sicurezza il nostro territorio in modo strutturale. 

Impegni strutturali che non si intravedono nell'immediato futuro nei programmi di governo, sicuramente molto più preso a gestire la crisi finanziaria. Ne è un esempio l'attuale progetto di Riordino della Protezione Civile (DL 59 del 15 maggio 2012) all'interno del quale non viene neanche citato come sia strutturato il sistema di allertamento nazionale attuale, e quindi non si comprende con quali risorse si potrà continuare a gestirlo efficientemente in futuro.

Per non parlare poi dei meccanismi ipotizzati per il ripristino dai danni subiti dalle popolazioni e sul territorio, in pratica si parla solo dell'aumento delle accise della benzina e fi fare ricorso a strumenti assicurativi. 

Ho il timore che il finale possa essere il seguente: se ti si rompe la casa a causa di una calamità naturale, sempre meno interverrà lo Stato e sempre più dovrà il cittadino far fronte "da solo" alle riparazioni, magari chiedendo i rimborsi alle Assicurazioni che dovrà sovvenzionare con lauti premi annuali.

I soldi dello Stato serviranno sempre più per fronteggiare la Crisi e risalire la china del debito pubblico dentro i vincoli del pareggio di bilancio. Quindi molto difficilmente potremo finanziare (anche a debito) un serio programma di investimento finalizzato al risanamento strutturale del nostro devastato territorio.

Un motivo in più per ripensare le regole del gioco e ristabilire le giuste priorità, prima della prossima emergenza.

Carlo

venerdì 25 maggio 2012

La responsabilità diffusa


Come si può suscitare un cambiamento sociale dal basso, senza sentire o presumere che qualcuno stia orientando le tue azioni o che ci siano persone infiltrate che cavalcano la nuova onda solo per interessi personali ?

Come si fa a provare a cambiare le cose, senza il rischio che ci sia, da una parte una minoranza di persone che ha capito la necessità di modificare l’attuale organizzazione e, dall’altra, la maggior parte della gente che continua a vivere (o sopravvivere) nella propria quotidianità a volte anche faticosa e dura ?

Credo sia importante ricordare che esistono teorie psicologiche che spiegano le azioni dell’individuo nel momento in cui, appartendo ad un gruppo, riduce la sua “quantità di responsabilità”.
 
Se vediamo che nessuno reagisce o che la maggior parte delle persone rimane indifferente di fronte ad una situazione di pericolo, ad esempio, restiamo inerti e non ci preoccupiamo. Gli psicologi la chiamano “ignoranza pluralistica”. Se nessuno si preoccupa, non c’è da preoccuparsi…. O meglio la preoccupazione che sto provando mi appare infondata.
 
Sapere che noi funzioniamo così è importante, perché è una sorta di specchio che modifica la nostra immagine riflessa e le facili categorie nelle quali ci suddividiamo come ad esempio altruista/egoista. Questa nuova immagine ci sollecita a pensare a dinamiche di sistema più complesse, a  prenderne atto, per provare poi a “romperle” o modificarle.

C’è un bellissimo esperimento realizzato da due psicologi sociali John Darley e Bibb Latanè negli anni settanta:

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Gli studenti, che si prestarono volontariamente a fare da soggetti per questa ricerca, al loro arrivo passavano lungo un corridoio sul quale si aprivano le porte di numerose stanze. Lo studente veniva condotto dallo sperimentatore in una di queste stanze dove vi era un’attrezzatura per comunicare attraverso dei telefoni interni, sedeva quindi ad un tavolo dove c’era un microfono e metteva una cuffia per l’ascolto. Veniva quindi lasciato solo nella stanza.
 
Attraverso la cuffia il soggetto ascoltava la voce dello sperimentatore, il quale diceva di essere interessato ai problemi personali degli studenti universitari, specialmente di coloro che potevano trovarsi in un particolare stato di stress ambientale (erano a New York).
 
Gli studenti a turno avrebbero parlato dei propri problemi ma senza vedersi, per garantire l’anonimato, sentendo comunque la voce l’uno dell’altro.  Contemporaneamente veniva detto che lo sperimentatore non avrebbe udito niente della conversazione che si svolgeva tra gli studenti, ma avrebbe raccolto alla fine i loro commenti.
 
Variabile critica: numero di soggetti che apparentemente partecipavano alla seduta. Nel senso che lo studente era sempre da solo ma gli veniva fatto credere (perché ascoltava voci preregistrate) di essere con un altro, con altri due o cinque studenti, tutti  in comunicazione con lui.
 
L’esperimento inizia con una “prima persona” che racconta dei suoi gravi problemi di adattamento a New York e in particolare nell’ambiente accademico.
Inoltre questa persona racconta di avere avuto attacchi epilettici, specialmente in vicinanza degli esami o durante periodi di studio accanito.
 
Dopo questo intervento si sentono le voci degli altri “presunti” partecipanti che parlano per due minuti dei loro problemi; infine anche il vero soggetto parla di sé.
 
Quindi riprende il primo,il quale, con un tono di voce assai sofferente, comincia a dire qualcosa del genere : “Oh, io… c’è qualcuno che potrebbe… c’è qualcuno che può aiutarmi? …sto male… ho bisogno di aiuto… c’è qualcuno che potrebbe aiutarmi.. oh, dio, mi sembra di avere un attacco… mi sta venendo… se qualcuno può venirmi ad aiutare (si sentono suoni di uno che sta soffocando). Mi sento morire… ho un attacco…
>>

E’ estremamente interessante conoscere quale è stato il comportamento delle persone che hanno sentito dire queste parole.
 
Pressoché tutti gli studenti che credevano di essere i soli destinatari della richiesta di aiuto, sono corsi fuori dalla stanza per avvertire di cosa stava succedendo e soccorrere il compagno che credevano stesse male, con una media di 52 secondi di attesa. Alcuni non aspettarono neanche che l’altro finisse di parlare.

Molto diversa fu invece la reazione di quelli che credavano di fare parte di un gruppo di sei persone. Essi sapevano che la richiesta di aiuto era ascoltata in quello stesso momento da altri cinque studenti e solo nel 31% dei casi interruppero la sessione ed uscirono per dare l’allarme. Inoltre il tempo medio trascorso fu notevolmente più lungo… cioè quasi 3 minuti.
 
Il comportamento delle persone che si trovavano nella condizione sperimentale intermedia, (gruppo di tre persone), si collocò  a metà strada fra i due estremi.

Questo comportamento viene riproposto anche se la situazione può rappresentare un pericolo per la persona stessa, come nell’esperimento in cui ad un certo punto compare la presenza di fumo dall’apertura del riscaldamento. 
Anche se l’aria diventa irrespirabile  nessuna delle tre persone che compilavano il questionario si alzava per fare qualcosa, mentre, se la persona era da sola in tre/quattro minuti usciva per avvertire della fuoriuscita di fumo.

E’ importante sapere che, senza rendercene conto, la semplice appartenenza ad un gruppo influenza profondamente le nostre azioni individuali.

Quando si presenta qualcosa di anomalo e potenzialmente allarmante e non abbiamo altre informazioni su cui basarci, noi guardiamo il comportamento degli altri, come per sapere di che si tratta, se dobbiamo o no preoccuparci e intervenire, cosa dobbiamo fare. Insomma: contiamo prima sugli altri e poi su noi stessi.

( tratto da Esperimenti di Psicologia – Valentina D’Urso e Fiorella Giusberti- Zanichelli )

Immagino infine che i messaggi di rassicurazione che vengano dall’alto (dal potere politico, dai media) possano essere ancora più "rincuoranti".
 
Le cose stanno precipitando, ma tutti sono apparentemente tranquilli.
 
Chi si agita o si preoccupa, viene considerato ansioso e provocatore.
 
Lo sperimentatore può dire che l’esperimento è perfettamente riuscito.

Silvia

mercoledì 23 maggio 2012

La qualità apparente

Non so perché, ma mi è sempre piaciuto entrare in un Comune, parlo proprio dell’edificio, della sede fisica.

Deve essere qualcosa di innato: mi ha sempre dato una sensazione di “appartenenza”. Di entrare in un luogo che è un po’ anche mio. Un ente fatto di cittadini che si occupa dei cittadini e del territorio. Forse una grande illusione, ma ho sempre avuto la sensazione che era lì che, come cittadina, avrei potuto trovare le risposte ai miei bisogni.

Come è lontana questa sensazione, dall’immagine dei “fannulloni” e di sistema inefficiente che l’immaginario collettivo ha ora assegnato all'ente e al dipendente  pubblico.

Nonostante questa “passione”,  ho sempre lavorato nel privato, fino a tre anni fa.

Nel terzo settore quello che, soprattutto nell’Italia centrale, ha rappresentato l’alter-ego dell’ente pubblico nella gestione dei servizi alla persona.

Ma già allora, vent’anni fa, le contraddizioni erano tante. Avevi sempre il contratto di lavoro in scadenza con la chiusura delle scuole. L’estate non eri pagata e spesso la tua retribuzione era legata alle ore effettive di presenza dell’utente, legata cioè  alle malattie della persona che dovevi seguire. Concetto abbastanza paradossale. Ma il personale era prevalentemente molto giovane e poteva accettare anche allora, forme contrattuali di questo tipo,  quasi considerandole una sorta di piattaforma temporanea, magari per pagarsi gli studi e  poter andare avanti.

Non che questo giustificasse la scarsa retribuzione e la precarietà, ma te la faceva accettare più volentieri.

Tre anni fa, ho fatto il mio ingresso nel mondo del lavoro pubblico ed ho lavorato per un paio d’anni contemporaneamente per il pubblico e per il privato, con una identità mista, che mi ha concesso di vedere le cose da più punti di vista nel medesimo momento.

Negli ultimi anni è avvenuta la progressiva esternalizzazione dei servizi precedentemente offerti dal pubblico in diversi ambiti di intervento: mense, trasporti, infanzia, ecc.

Si è progressivamente pensato che questa parola (esternalizzazione) fosse un po’ “magica”, la soluzione di tutti i problemi che hanno cominciato a gravare sugli enti locali dopo l'introduzione del cosiddetto “patto di stabilità” che, impone al bilancio dell’ente locale un limite tassativo alla spesa.

E’ una parola dunque che sembra risolutiva. E nell’Italia di Azzeccagarbugli è sempre facile trovare cavilli normativi per “mettere fuori” settori che prima erano interni:  ad esempio, basta  definire “ramo di azienda” un settore come  il trasporto locale e puoi esternalizzarlo, affidandolo ad un privato mediante gara d’appalto.

Dal pubblico verso il privato, dunque. 

Niente di male in apparenza. Quante volte si parla e si è parlato di sistema integrato dei servizi. Molti lavoratori del pubblico si sono arroccati all’inizio, quando hanno cominciato a vedere che i servizi venivano dati in gestione al privato. Del resto l’arrivo nel mercato lavorativo di  persone che hanno le tue stesse mansioni, ma  uno stipendio minore ed  un monte ore di lavoro maggiore, non può che far sentire la tua identità professionale minacciata.
E quando uno si arrocca, oggi, sembra antistorico. Perché la parola d’ordine è  flessibilità. Quindi vuol dire che se vuoi mantenere tutto com’è, non capisci che stai creando un blocco nell’evoluzione del sistema. Che in realtà  c’è posto per tutti. Che non si tratta di togliere, ma di aggiungere…

In linea di principio è tutto estremamente convincente. Il monopolio pubblico  può sembrare ideologico, quindi è giusto aprire ad altre realtà.
La cornice generale è appetibile e facile da vendere ed in effetti è stata facilmente venduta.

Quando si fanno gli appalti per la gestione dei servizi all’infanzia, per esempio, le amministrazioni locali continuano a dire che quei nidi sono e restano pubblici, perché rimane pubblica tutta la cornice: l’emanazione del bando, la creazione della graduatoria e l’attribuzione e l'incasso delle rette. La gestione invece viene affidata al privato che diventa appunto un ente gestore.

Che differenza c’è allora ad esempio tra un asilo nido “gestito” da un ente pubblico ed un asilo nido “gestito” da un ente privato ? Molte differenze sono sottili ed hanno rischi potenziali. Altre sono percepibili solo se sei dentro il sistema. 

L’utenza ad esempio, spesso non è in grado di coglierla e quindi questo rinforza l’idea che la strada da percorrere sia proprio quella corretta.
Spesso in effetti, quello che arriva all’utente finale può non essere molto differente, soprattutto se l’appalto è affidato ad un privato “serio”.
Anzi paradossalmente potrebbe sembrare anche migliore, perché l’attenzione che viene riservata all’utenza può essere ancora più marcata, perché “utente”, per il privato, significa cliente, mentre per il pubblico significa "semplicemente" cittadino.

E’ una differenza sottile ma che può presupporre premesse molto diverse, come il fatto che lo scopo sociale di un ente gestore privato è, prima di tutto, garantire il lavoro alla organizzazione e ai soci/dipendenti, mentre per un ente pubblico lo scopo primario è (o dovrebbe essere) soddisfare i bisogni di cittadini. Entrambi sono obiettivi importanti. E non è detto che l'uno escluda l'altro. Ma è importante avere chiaro in mente da quali premesse implicite si parte.

Non sto dicendo che pubblico voglia dire automaticamente efficienza, qualità, risposta certa ai cittadini. Sto dicendo che anziché andare a verificare dove si poteva recuperare efficienza e dove si doveva valorizzare la qualità si è detto che bisognava tagliare e buttare fuori. Anziché curare, si è deciso di tagliare facendo una operazione chirurgica: via il dente, via il dolore.

Eppure soprattutto in alcune regioni italiane i servizi pubblici rappresentavano, non molti anni fa, una vera e propria eccellenza. La qualità era presente, anzi era talmente presente che arrivavano tante delegazioni dall’Europa a vedere come si faceva a compiere quelle azioni di qualità.
Ma è arrivato il momento di tagliare, anche se paradossalmente, come ente locale hai anche dei soldi da spendere. Il patto di stabilità te lo impone. Quindi non si hanno alternative: se si vogliono tenere i servizi devono essere appaltati.

Ed ecco  il privato che arriva con la certificazione di Qualità Iso 9001. Si importa il modo di valutare la qualità delle aziende e lo si inserisce dentro i servizi pubblici. Per essere certificati ti devi attenere ad una serie di procedure, che contemplano di essere sempre messe per iscritto. E fino a qui tutto bene. Il problema è che chi certifica non ne sa niente dei servizi: ti costringe a costruirti una prigione, dentro la quale tu puoi solo dire come ti vuoi muovere. Ma la prigione resta. Devi compiere e registrare una serie di azioni  misurabili e quindi il modo di valutare assume prevalentemente un’ottica quantitativa.

Si archivia, si registra, si annota, ma questa valutazione comporta anche inesorabilmente la costruzione di una nuova idea di qualità. Una qualità apparente perché di carattere prevalentemente gestionale che contempla una quantità infinita di carte da compilare ed esibire all’ispettore che arriva in visita.

Questa assidua annotazione e registrazione di presenze,  flussi,  numeri, dà una perfetta illusione di controllo, che è molto rassicurante ma, purtroppo, fondamentalmente  irreale.

La qualità nei servizi (e, particolarmente, nei servizi alla persona) è fatta oltre che dalla qualità della organizzazione, anche e sopratutto dalla qualità delle relazioni che le persone instaurano e le relazioni, tramite il modello di controllo di valutazione aziendale, sono difficilmente discriminabili.

Paradossalmente tutto è sotto controllo, ma la qualità può non esserci.

Mi chiedo quanto diverso sarebbe stato se la “contaminazione” tra pubblico e privato avesse portato il pubblico ad aumentare il monitoraggio degli aspetti gestionali, ed il privato a condividere e ad individuare assieme al pubblico la giusta idea di qualità e degli appropriati strumenti di valutazione.

In realtà il tentativo in una regione come l’Emilia Romagna viene anche fatto, ma le certificazioni resistono e cercano di marcare il territorio. Ma quando sarà tutto esternalizzato, chi detterà i criteri per la valutazione della qualità di servizi che il pubblico non gestirà più?

E' possibile governare e controllare un processo che non si gestisce e, quindi, non si conosce ?


Pubblico e privato possono convivere ma il pubblico deve mantenere il “governo” della situazione altrimenti si è in balia del mercato, che ha leggi proprie, che non è detto, siano le leggi della pubblica utilità. 

E infine, il personale dell’ente gestore privato lega il suo lavoro alle vincite delle gare d’appalto. Questo significa, per il lavoratore, che oggi il lavoro c’è ma fra tre anni non è detto che ci sia ancora e nello stesso posto. Il pubblico per il quale l’ente gestore lavora avrà ancora bisogno di quel personale ? Se la risposta sarà no, il lavoratore a tempo indeterminato dovrà essere ricollocato sperando che ci siano altre posizioni libere, quello a tempo determinato dovrà invece rimettersi sul "mercato".

Per i lavoratori, per il servizio, per i cittadini, siamo sicuri che tutto questo sia qualità ?

Silvia.